lunedì 30 aprile 2012

I fuorisede 'promuovono' Bologna: "Affitti troppo cari, ma qui si sta benissimo" - Il Resto Del Carlino - Bologna

Certo che si sta benissimo, infatti gli studenti devono mettersi in testa che i bolognesi non lo vogliono più. Devono andarsene da questa città e non fare più ritorno, siamo stanchi di non bolognesi che fanno finta di studiare e passano le notti e tenerci svegli nei locali del centro sotto le nostre finestre ubriachi fino a mattina urlando e cantando, pisciando ovunque ecc. Questi sono gli studenti. Uno schifo. E noi residenti siamo stanchi, chiaro?
Evviva l'antidegrado, abbasso gli studenti. Andatevene, non è più aria.
La festa è finita.
Riprendiamoci la città.
R

I fuorisede 'promuovono' Bologna: "Affitti troppo cari, ma qui si sta benissimo"

Gli affitti troppo alti sono un problema per gran parte degli universitari, ma offerta eculturare e servizi restano al top

Bologna, 30 aprile 2012 - La città è bella e stimolante ma troppo cara, soprattutto per gli affitti. A essere scontenti sono gli studenti dell’Alma Mater di Bologna, così come emerge dal rapporto sulla formazione universitaria stilato da Andrea Cammelli, direttore del consorzio Alma Laurea, per i lavori del Piano strategico metropolitano. I ragazzi che si iscrivono e frequentano l’Ateneo felsineo sono dunque “decisamente insoddisfatti per il costo dell’affitto” che devono sostenere per vivere sotto le Due Torri. Allo stesso tempo si dicono “pienamente soddisfatti per l’offerta culturale, ricreativa e sanitaria della città”. L’affitto resta dunque una delle note dolenti di Bologna ed e’ un problema che riguarda la gran parte degli universitari. Sono il 58,7% infatti gli studenti che dichiarano di aver preso in affitto un alloggio o un posto letto per frequentare il corso universitario.
Bologna, nella classifica di Alma Laurea, è la prima città universitaria in Italia per percentuale di studenti che vivono in affitto durante gli studi. Al secondo posto c’e’ Catania, al terzo Forli’. Per fare un raffronto, a Modena e Reggio Emilia solo il 19% degli universitari ha avuto bisogno di affittare una casa o una stanza. L’Alma Mater, del resto, è l’Ateneo italiano che accoglie il maggior numero di studenti da fuori: il 47,3% arriva dalle altre regioni, mentre il 23% proviene dalle altre province dell’Emilia-Romagna.

Alla forte richiesta di affitti sotto le Due Torri, pero’, non corrisponde un mercato, per cosi’ dire, accogliente. Su 100 laureati a Bologna, infatti, solo 29 si dichiarano soddisfatti per l’affitto e le spese condominiali. In Italia solo Roma ottiene un risultato peggiore, mentre Cesena e’ la citta’ dove si registra la maggiore percentuale di soddisfazione (69%) per il costo dell’affitto.

Nonostante il nodo della casa, comunque, Bologna continua ad essere considerata attrattiva dagli studenti per la sua offerta culturale. L’83,6% degli universitari si dichiara infatti soddisfatto per i servizi culturali. Bologna è prima in Italia in questa classifica, seguita da Roma e Torino. Sotto le Due Torri gli studenti sono molto contenti anche per l’offerta di servizi ricreativi: con il 79% di soddisfazione, Bologna e’ prima in questa classifica, persino davanti a Rimini.


Alto il gradimento degli studenti (58%) anche per i servizi sanitari come prenotazione visite, ospedali, prima assistenza e farmacie. Solo Torino, tra le citta’ prese in considerazione dall’indagine di Alma Laurea, fa meglio di Bologna.


Oltre a essere soddisfatti sotto il profilo culturale, gli universitari di Bologna sembrano avere anche qualche possibilità in piu’ di trovare lavoro sotto le Due Torri, una volta usciti dall’Alma Mater. L’area metropolitana bolognese, insieme a quella di Roma, e’ in Italia quella con il maggior numero di laureati sul totale della popolazione (oltre l’11%). A cinque anni dalla laurea, hanno un lavoro 86 laureati ogni 100 (83% la media italiana) e otto studenti su 10 iniziano a lavorare durante il corso di studi (nel 2001 era il 71%). La crisi pero’ colpisce anche qui. L’occupazione dei laureati e’ in calo, cosi’ quello cresce il tasso di disoccupazione. Allo stesso modo, lo stipendio netto mensile a cinque anni dalla laurea e’ diminuito: oggi e’ in media 1.320 euro, mentre dieci anni fa era 1.370 euro.
 

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Marco Ferrini, il capitalismo come religione | Kelebek Blog

Marco Ferrini, il capitalismo come religione

“Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche sociali e anche, muovendo dall’esigenza pressante di un elevamento della produttività, le politiche del lavoro.”

Così, in quel linguaggio da detentore della verità che lo caratterizza, l’ex-comunista che fa da Presidente della Repubblica festeggia il Capodanno, ammonendoci che il 2012 dovrà essere vissuto nell’angoscia di Crescere, costi quel che costi.

Il dovere di sacrificarsi per la macchina capitalista è al di sopra delle parti e riguarda ogni cittadino:

“Crescita più intensa e unitaria, nel Nord e nel Sud, da mettere in moto con misure finalizzate alla competitività del sistema produttivo, all’investimento in ricerca e innovazione e nelle infrastrutture, a un fecondo dispiegarsi della concorrenza e del merito.

Ho davanti a me un documento che comprova, in piccolo questa capacità del capitalismo di produrre il più efficace totalitarismo di tutti i tempi, che non esonera né ex-comunisti né nessuno.

E’ un volantino che reca sul titolo le parole:

Leadership del Benessere. Un’esperienza teorico-pratica per la valorizzazione delle risorse umane”.

Sotto, l’immagine di una vetta innevata, che sembra incontaminata finché non immaginiamo milioni e milioni di imprenditori, che con la loro leadership, la scalano e ci costruiscono skilift.

A tenere il corso di Leadership del Benessere è un certo Marco Ferrini, che si presenta come “counselor e guida spirituale”. Altrove, apprendiamo che

“Ferrini Marco nasce a Ponsacco nel 1945 compie Studi superiori nel campo del Design e dell’Arte (Magistero D’Arte a Firenze) che lo portano a sviluppare le sue attitudini prima nel commercio di opere d’arte e pezzi di antiquariato e poi nel campo del Design di Mobili ed alcune attività connesse, professione che mantiene fino alla fine degli anni 90.

Nel 2001 a seguito di Studi effettuati a distanza consegue il Ph.D. in Psicologia rilasciato in Italia dalla The Yorker International University.”[1]

Di siffatti imprenditori dell’immaginario, il mondo è pieno.

Non ci interessa criticarli, perché non ci interessa sapere se i corsi di “leadership del benessere” riescano a rendere i frequentatori dei leader più bene/stanti in tutti i sensi. Grazie alla loro astuzia nel “valorizzare” le risorse umane che comprano sul mercato, capaci di lavorare dieci, quattordici e perché no, ventiquattro ore al giorno, con il sorriso sempre sulle labbra e sognando nuove vette himalayiche di produttività e competitività…

Bisogna credere per vincere, e non c’è religione più fidecentrica del monoteismo del mercato. Non basta compierne i gesti esteriori per ottenere la salvezza della bottom line.

Piuttosto, mi colpisce un’altra cosa.

Marco Ferrini si fa chiamare anche “Matsyavatara das” ed è

“Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta e Direttore dell’Accademia di Scienze Tradizionali dell’India”.[2]

Dove per “India” si intende il particolare culto devozionale che i più anziani ricorderanno come quello degli “Hare Krishna”, i seguaci del defunto maestro indiano Srila Prabhupada.

Marco Ferrini appartiene a questo mondo da 35 anni e ha fatto parte del direttivo italiano dell’Iskcon, (International Society for Krishna Consciousness) la confederazione che unisce gli “Hare Krishna”. Attualmente dirige un’organizzazione propria – il Centro Studi Bhaktivedanta – che conta su quindici dipendenti stipendiati e numerosi volontari, e che all’interno del mondo degli “Hare Krishna” ha un peso oggi, a quanto pare, predominante, anche se contestato da molti. [3]

Ciò che ci colpisce, però, è come si siano ridotti gli Hare Krishna, nel giro di una trentina di anni.

Io li ho conosciuti, anche se superficialmente e da ragazzo, a Roma.

Dove avevano delle sedi incredibili – la prima, una vasta villa con piscina, la seconda comunque assai ampia e con un grande giardino – e offrivano stupendi pasti gratuiti, con predica incorporata, a curiosi e perditempo.

In questa sorta di monastero, poche decine di persone conducevano una vita davvero notevole.

Sveglia, se ben ricordo, verso le 3.30 tutte le mattine, e lungo rituale davanti alle statue del maestro e degli dèi, all’alba una colazione, mezza giornata fuori a danzare per strada e vendere dischi e libri porta a porta, lavoro duro in sede, la sera a predicare alle persone che venivano alla cena.

Senza false reticenze, mi spiegavano la durezza della scelta monastica, la castità, il dovere di abbandonare tutto, l’obbedienza dovuta ai guru, la prospettiva di un mondo governato da un sistema economico radicalmente ridimensionato, nonché alcune credenze come quella nelle caste oppure, cosa ancora più difficile da mandare giù, l’affermazione secondo cui l’uomo non sarebbe mai stato sulla Luna. Il tutto espresso con forme di logica piuttosto aliene, ma a modo loro implacabili.

Poi a dormire, in un grande salone in sacchi a pelo sul pavimento, con in sottofondo una voce registrata che intonava, avete indovinato, “Hare Krishna Hare Krishna…

Accanto all’inspiegabile flusso di soldi e all’atmosfera iper-igienica, mi colpì l’aspetto che potrei definire cattolica del movimento: il rigore della dottrina, il culto del sacrificio, la centralità della liturgia, il valore del sacerdozio, il ruolo delle immagini, riflessioni sulla morte e l’aldilà (compresi potenziali orrori), lo spirito di castità, le immagini un po’ barocche che erano un’eredità delle missioni gesuite in India. Cioè esattamente le cose che la Chiesa cattolica ha dovuto mettere sotto il tappeto a partire dagli Anni Sessanta, per poi dimenticarsene completamente.

Tutto questo può benissimo non piacere. E infatti, a me non piaceva [4].

Ma non si può dire che venisse presentato in modo ipocrita. E soprattutto, a pensarci, perché mai dovrebbe piacere?

Nel mio vocabolario, pluralismo significa rispettare l’esistenza anche di mondi che non mi piacciono affatto e in cui io personalmente non vorrei vivere. Mentre nel pensiero liberale, “pluralismo” significa semplicemente un’infinità di concorrenti simili tra di loro.

Gli Hare Krishna presentavano la possibile esistenza di un mondo diverso dal carcere in cui ci troviamo tutti. Un’uscita da questo mondo, intessuto della stimolazione incessante dei desideri e la loro illusoria soddisfazione attraverso il consumo competitivo.

Un’alternativa talmente ampia da comprendere non solo la politica, come nei tanti gruppetti che fiorivano all’epoca, ma l’intera impostazione della vita anche personale.

I critici dicono che Marco Ferrini fosse, all’epoca, uno dei più decisi assertori di questa disciplina, dirigendo con pugno di ferro la prospera sede fiorentina del movimento.

Quali sono i meccanismi che in pochi decenni riducono una proposta così forte a una melensa vendita di “Leadership del Benessere”, che offre la “risoluzione dei problemi esistenziali”, cioè un oppio che permetta di sopportare la fatica di subire ciò che ci viene inevitabilmente imposto?

Leggiamo sul sito di Marco Ferrini (notate le maiuscole per Professionisti, Imprenditori e Manager, nonché l’autolegittimazione attraverso la presunta laurea in psicologia, con tanto di “Prof.”) come scopo fondamentale dell’esistenza umana sia, far prosperare la propria azienda, con la bella soddisfazioni di “sentirsi capaci” e accettati dagli altri:

“In uno scenario ideale l’Azienda è essenzialmente un’organizzazione di persone finalizzata al profitto e al benessere.

Sono ricchezza aziendale la diversità umana dei collaboratori e quel generale senso di interdipendenza derivante da un sentimento che trascende egoiche personalizzazioni.

Far crescere e consolidare questa consapevolezza è faticoso, ma alla fine risulta l’unica opera veramente appagante, perché risponde in maniera soddisfacente alla fondamentale domanda sullo scopo che attribuiamo alla nostra esistenza.

Essere “capaci” implica la testimonianza, positiva e propositiva, della propria individualità armonicamente inserita in un gruppo.

Certo realizzare ciò non è facile, tuttavia è possibile.

Anche di ciò si occupa il  CSB, progettando Corsi e Seminari specificamente rivolti a Professionisti, Imprenditori e Manager ed Organizzazioni di categoria. Tali Corsi si basano su metodologia e didattica inedite per il panorama formativo italiano e sono tenuti dal Prof. Marco Ferrini (Ph.D. Psychology, International Affiliate of American Psychological Association), che da oltre 30 anni si occupa anche di formazione ed ha ha accolto in aula oltre 100.000 persone.”

Uno studio della dott.ssa Marilena Bogazzi dell’Università di Torino, presentato a un convegno del CESNUR ma fatto poi sparire dal sito dello stesso CESNUR (che non brilla certamente per amore di controversie), ci presenta un altro risvolto del signor Marco Ferrini: secondo numerose testimonianze, chi entra nel Centro Studi Bhaktivedanta per seguire un corso, si trova alla fine davanti alla proposta di seguire tutte le regole storiche degli Hare Krishna, nonché di baciare o lavare i piedi del signor Ferrini, che si rivela finalmente come guru spirituale e non come tecnocrate aziendale.

Sarebbe consolante pensare che qualcosa dello spirito storico dell’organizzazione sopravviva, almeno in segreto; ma è qui che si innesta un altro meccanismo tipico di quelle che il Collettivo Tiqqun chiama comunità terribili: la loro perenne ricattabilità, il fatto che rischiano in ogni istante di essere smascherati come devianti rispetto alla tollerante opinione pubblica.

Ma si tratta di una ricattabilità scelta, nel momento in cui si accetta di farsi pubblicità usando gli stessi meccanismi della società dello spettacolo che in qualunque momento potranno divorare chi pensa di manipolarli.

Note:

[1] Secondo lo studioso Luca Lantero, in “Fabbriche di titoli: l’indagine di campo“, The Yorker International University, creata dall’imprenditore mobiliare Marco Grappeggia, è una

“istituzione che rilascia honorary degrees, cioè titoli onorifici, e titoli di Doctorate in varie discipline, tra cui qualifiche in scienze immobiliari.

Un messaggio della TYIU è stato dichiarato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato come una fattispecie di pubblicità ingannevole tramite il Provvedimento numero 11296: si affermava che i titoli ottenuti potevano essere riconosciuti nel nostro paese. Questa istituzione non è riconosciuta in Italia e non presenta alcun riconoscimento nemmeno come filiazione di istituzione straniera. Alla voce “Indirizzi Agenzie” del suo sito internet, scopriamo che la TYIU con sedi in Europa, in Nord e Sud America, in Africa e in Cina, dichiara di essere riconosciuta dal Government Accreditation Association of Delaware, cosa che, stando alle dichiarazioni del Garante, non è stata sufficientemente provata: il Dipartimento per l’educazione di Delaware ha comunicato che l‘istituzione non è mai stata autorizzata a operare sul territorio dello Stato. La TYIU fa parte dell’International University Accrediting Association (IUAA), accreditation mill con base in California e presente nell’elenco dello Stato del Michigan come non riconosciuta: la IUAA è citata nel comunicato relativo alle bogus institutions che dichiarano di essere riconosciute dall’Unesco. La Yorker International University ha precisato, dopo l’intervento del Garante, che “i titoli americani non sono equipollenti alla Laurea italiana” e che “The Yorker International University ed il suo partner Université Intercontinentale Le Bon Samaritain non sono affiliati e riconosciuti in nessun modo con Murst, Miur ed istituzioni italiane”.

Comunque, prima che le autorità italiane se ne accorgessero, alcuni italiani sono riusciti a far accreditare le loro “lauree” ottenute presso la TYIU, in Nicaragua, ma con successiva riconvalida in Italia. Pur non parlando una parola di spagnolo…

[2] Dubitiamo che nei suoi corsi, si utilizzi come libro di testo Olocausti tardovittoriani, di Mike Davis, che spiega in meticoloso dettaglio come l’intera civiltà aziendale moderna sia stata costruita sul sacrifico umano dell’India.

[3] Secondo l’indagine della dott.ssa Bogazzi, il CSB, che si dichiara “associazione culturale riconosciuta non profit”,  rilascia dei titoli di “master” e di “Doctorate Ph.D”:  questi ultimi costano fino a 9.000 euro. I titoli valgono ovviamente solo all’interno dello stesso CSB.

Accanto al Centro Studi Bhaktivedanta, prospera la Fondazione Studi Bhaktivedanta, diretta dalla figlia di Marco Ferrini, che

“si occupa della gestione dei patrimoni mobili e immobili e della gestione delle donazioni e dei lasciti anche in riferimento al movimento spirituale di cui Ferrini è guru e Maestro”.

[4] In breve, perché richiedeva di fingere di appartenere a un’intera cultura in cui non ero nato; e per l’atmosfera pericolosissima, tipicamente indiana, di devozione personale al guru.

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Newsletter maggio 2012

Bologna, 'Insolventi' annunciano presidio contro negozi aperti 1 maggio - Adnkronos Emilia Romagna

Bologna, 'Insolventi' annunciano presidio contro negozi aperti 1 maggio

ultimo aggiornamento: 30 aprile, ore 13:27

Bologna - (Adnkronos) - "I lavoratori di molti negozi del centro saranno costretti a vivere il giorno di festa come tutti gli altri - rimarcano gli attivisti della protesta - ricattati e costretti al lavoro a causa della loro precarietà e del loro bisogno di reddito"

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Bologna, 30 apr. - (Adnkronos) - "Il primo maggio alle 9 saremo di fronte alla Pam di via Marconi, che oggi si fa pubblicita' facendo lavorare gli studenti di domenica, e domani sfruttera' tutti i propri dipendenti imponendo straordinari e aperture festive pagate quattro lire". E' quanto annuncia il gruppo di indignati bolognesi della 'Santa Insolvenza'.

"Invitiamo tutti a partecipare al nostro Primo maggio precario" spiegano gli 'insolventi', precisando che quella di domani sara' solo la "prima tappa di cio' che abbiamo voluto chiamare 'GlobalMay': un maggio che anche a Bologna sappia parlare il linguaggio delle lotte globali contro la precarieta', contro la macelleria sociale del governo Monti e la riforma del lavoro Fornero, per la difesa dei beni comuni, per i diritti sociali e per il reddito incondizionato".

In questi giorni il gruppo della 'Santa Insolvenza' che riunisce anche alcuni centri sociali cittadini, ha gia' messo a segno alcuni blitz pacifici lungo tutte le vie dello shopping contro tutti negozi che assieme hanno deciso di restare aperti il Primo maggio, "festa dei lavoratori e giornata in cui - rimarcano - innazitutto non si lavora". Al contrario, concludono, "i lavoratori di molti negozi del centro saranno costretti a vivere il giorno di festa come tutti gli altri: ricattati e costretti al lavoro a causa della loro precarieta' e del loro bisogno di reddito".


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domenica 29 aprile 2012

In centinaia stracciano il certificato di fan. Il (piccolo) declino di Vendola su Facebook


via Byline

Ci sono i più amati, certo. Ma poi ci sono anche i più odiati di Facebook. Eh sì, esiste anche una classifica negativa. Se da una parte, nell'ultima settimana, sono cresciuti a dismisura i fans di Rita Levi Montalcini (+7453 fans), quelli di Chiara Cremonesi di Sinistra Ecologia e Libertà (+3256) e quelli di Silvio Berlusconi (+2617), dall'altra qualche politico deve fare i conti con la realtà e ammettere che non sta più simpatico a un po' di italiani. E' il caso del leader di Sel, quel gran figo di Nichi Vendola. Sia chiaro, è sempre in testa alla classifica per numero di fans, con più di 522.000 ammiratori. Ma negli ultimi giorni la ruota ha iniziato a girare al contrario. Invece che conquistare nuove preferenze, le perde. Solo nell'ultima settimana ben 217 persone hanno tolto la fiducia a Nichi. Trentuno persone al giorno. Saranno le ripercussioni di una ventata di inchieste giudiziare che hanno investito anche lui? Oppure la rockstar della sinistra ha già stufato?

Sent from my iPad

VERGOGNA!!!!!!!!!!!! In questo momento si...


Roberta
VERGOGNA!!!!!!!!!!!! In questo momento si è appreso dalla trasmissione radio FOCUS ECONOMIA' della redazione RADIO 24 del Sole 24 ORE condotta da Sebastiano Barisoni, che ieri in Parlamento i nostri "bravi" parlamentari (TUTTI QUANTI) hanno approvato un emendamento, (TENUTO BEN NASCOSTO TRA ALTRE LEGGI IN APPROVAZIONE) sulla cosiddetta "Legge mancia", portando da € 50.000.000,00 a €150.000.000,00 il benefit relativo alla parte dell'indennità spettante ad ogni singolo parlamentare eletto nel proprio...
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La Cgil propone lo sciopero degli acquisti commerciali nel 1 maggio, festa dei lavoratori costretti al lavoro. E condivido. I pensionati hanno aderito subito, la pensione si prende il 2. | Informare per Resistere

Slasch16 per Informare per Resistere. Pensionati,economia,satira amara. Fonte Di tutto di più.

Quando il primo giorno del mese è un festivo la pensione si prende il due, il tre se per caso ci fosse una doppia festa, anche per chi ha l’accredito in banca ed ho sempre il dubbio che, la banca, si freghi un giorno o due di interessi.
Da ventuno anni abito di fronte alla posta e, da quando sono in pensione, ho notato una cosa particolare.
Io partivo molto presto per andare al lavoro e per diversi motivi, niente traffico prima cosa e poi aprire in anticipo mi dava modo di organizzare il lavoro per i miei collaboratori che arrivavano dalle 8 alle 8,30.
Smistavo i fax con gli ordini, stampavo le mail e gli ordini che arrivavano on line dalle officine autorizzate, insomma i miei collaboratori trovavano tutto pronto e non perdevano tempo a recuperare gli ordini per zona da distribuire ai fattorini. Arrivavo per primo ed andavo via per ultimo, sabato compreso anche se non era obbligatorio non essendo pagato. Ero un quadro, avevo la macchina aziendale e lo stipendio adatto e non ritenevo giusto far lavorare, chi voleva, al sabato ed io starmene a casa. Lavoravamo con l’azienda chiusa, il sabato ci serviva per incasellare i ricambi e ne arrivavano un bilico alla settimana, qualche volta anche due.
Dicevo che da quando sono in pensione ho notato che ogni primo del mese, che non sia festivo, una decina ed anche più alle volte di pensionati si piazzano davanti alla posta con largo anticipo, parliamo prima delle sette, in attesa che apra la Posta alle 8,30.
Parlandone con altri pensionati ai giardini abbiamo fatto delle considerazioni di vario genere. La mia è che la cosa mi mette tristezza, so per certo che quasi tutti loro una volta presa la pensione vanno al supermercato di Via Padova, il più vicino, a fare la spesa. L’essenziale, alla minima, segno evidente che erano al capolinea già da qualche giorno.
Altri hanno fatto altre considerazioni, perchè non se la fanno accreditare in banca come faccio i, dicevano, poi le prelievo con il bancomat e la carta di credito. Come se fosse semplice per anziani di oltre 70 anni gestire il conto in banca, il bancomat e così via. Ne parlo da esperto perchè la mia pensione arriva in banca e, dilettandomi con il pc che ho imparato ad usare grazie al mio lavoro, ho pure il conto on line per fare tutte le operazioni senza muovermi da casa. Risulta, secondo me, un po’ più difficile fare al stessa per chi ha tirato di lima o fatto il muratore per tutta la vita. Lo dico con il massimo rispetto.
Qualche altro, non so se ottuso oppure ottimista, ha detto che vanno al mattino presto perchè hanno la bramosia di contare i soldi, averli in mano, e questo dimostra una secchezza d’animo che è molto più grave della bramosia da pensione minima.
Infatti ho risposto piccato: speriamo che quelli alla minima diano la pensione in biglietti da 5 euro così ne hanno da contare per soddisfare la loro bramosia da contante, aggiungendo, il tuo mi sembra un discorso del cazzo.
Ci è rimasto male ma, alle volte, dare del pirla a qualcuno non è un’offesa, è volontariato, perchè lui credeva di essere intelligente e dargli del pirla serve solo a renderlo consapevole.
Detto questo la maggioranza dei pensionati non avrà bisogno del consiglio della Cgil per fare lo sciopero dei 1° maggio, la pensione la prendono il 2, il 3 se il 1° maggio cade di sabato, rendendo ancora più difficile tirare la fine del mese e partire con quello nuovo.
Il piduista ammiccava da manifesto e li ha presi tutti in giro ma non è che l’uomo della Goldman Sachs sia migliore, anzi è peggio.
Buon Primo Maggio.

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Austerity? La Ue i tagli li impone ma non li fa | Informare per Resistere

Austerity? La Ue i tagli li impone ma non li fa

Nella bozza della finanziaria europea per il 2013 si prevede un aumento delle spese del 6,8%, ma «per la crescita» ha detto il presidente Barroso. Sempre per il prossimo anno Bruxelles taglierà l’1% dei suoi quasi 41mila dipendenti. Eppure, considerando l’ingresso della Croazia, l’effetto sarà di soli 6 funzionari. Ovvero nullo.

Alla faccia dei tagli alla spesa pubblica, la Commissione europea prevede un aumento del budget per il prossimo anno pari al 6,8 per cento. Il tutto mentre i governi di molti Stati comunitari sono impegnati in difficili manovre di risanamento, vedi l’Italia, hanno dichiarato che non riusciranno a rispettare gli obiettivi di bilancio, leggi Spagna, e sono caduti proprio sulle misure di austerity, come l’Olanda. Nel comunicato relativo al progetto di bilancio (che deve essere approvato dal Parlamento europeo) si legge che: «Nel complesso il piano di budget per il 2013 ammonta a 150,9 miliardi di euro, un incremento del 2% rispetto allo scorso anno, in linea con l’attuale tasso d’inflazione. I pagamenti rappresentano 137,9 miliardi, con un aumento del 6,8 per cento, e sono la logica conseguenza degli impegni assunti in passato».

La bozza, presentata lo scorso 25 aprile, ha suscitato reazioni di sdegno, soprattutto da parte della Germania e della Francia. Il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha tentato di placare gli animi sostenendo che i denari non saranno assorbiti dal funzionamento della macchina burocratica europea ma, al contrario, sono funzionali alla crescita. Su quest’ultimo punto, il comunicato che accompagna la finanziaria è molto chiaro: «I pagamenti sono la conseguenza degli impegni passati, e per evitare un aumento nelle prossime finanziarie, la Commissione ha proposto un piccolo incremento (2%) degli impegni, limitato all’inflazione corrente. Inoltre, gli aumenti futuri saranno basati esclusivamente sulla crescita e sulla creazione di nuovi posti di lavoro».

Nel dettaglio: 62,5 miliardi di euro saranno impiegati per creare nuovi posti di lavoro, 9 miliardi rientreranno nell’ambito dei progetti quadro “Research frame work programmes” (+28,1% rispetto al 2012), altri 546,4 milioni di euro nell’altro programma per sviluppare l’innovazione e la competitività “Competitiveness and Innovation Programme” (+47,8% nel 2012) e 49 miliardi nel fondi strutturali (+11,7% nel 2012) e infine 1,2 miliardi (+15,8% sul 2012) per l’educazione permanente. Aumenti di spesa che saranno accompagnati da tagli ai 41mila colletti bianchi che lavorano nella burocrazia comunitaria, nell’ordine dell’1% l’anno prossimo e del 5% l’anno nei prossimi cinque anni.

E qui sta il trucco: in una noticina alla fine del comunicato si fa presente che «I numeri della bozza non tengono conto dei costi dell’ingresso della Croazia nell’Ue, prevista per il 2013». Il think tank britannico Open Europe calcola che con l’allargamento a Zagabria dei confini comunitari arriveranno 280 funzionari in più. Ora, se la commissione taglierà l’1% dei suoi 25.065 dipendenti, al netto dei nuovi ingressi e includendo tutte le istituzioni, il taglio sarà soltanto di 6 dipendenti, come è facilmente intuibile dalla tabella qui sotto. Ovvero nullo.

Dipendenti dell’Ue (Fonte: pag 35 della bozza della Finanziaria 2013)

C’è di più: l’incremento delle spese, sempre secondo Open Europe, non sarà allineata all’inflazione corrente dell’area euro (intorno al 2%), ma sarà del 3,2 per cento. Come mai? Facile, basta non includere alla voce “spese amministrative” le pensioni e le rette delle scuole dei figli dei funzionari comunitari (181 milioni di euro). Oltre all’aumento dei salari del 2,8% a quota 2,4 miliardi, cresceranno dunque le pensioni e dei rimborsi +6,8% a quota 1,4 miliardi. Due voci che sono salite costantemente dal 2007 a oggi, superando quindi la fatidica soglia dell’inflazione.

Nessun riferimento, nella finanziaria, all’elefantiaco apparato che governa alcune materie, dall’agricoltura alle politiche regionali, e potrebbe essere razionalizzato. Un classico e abusato esempio sono i fondi strutturali: prelevati dalle Regioni europee sotto forma di tasse, vengono redistribuiti a pioggia sul territorio senza alcun valore aggiunto. E come denuncia Open Europe dalla sua prospettiva euroscettica british, arrivano agli Stati membri più ricchi nel 40% dei casi.

Insomma, si potrebbe tagliare e molto. Anche perché, come risulta dalle carte, l’anno scorso c’è stato un avanzo di 1,5 miliardi, e di altri 4,5 miliardi nei conti degli anni precedenti. Poco, ma sempre qualcosa rispetto a molti Stati membri, che affogano nei debiti e stringono la cinghia per ripagarne gli interessi.

 Twitter: @antoniovanuzzo

Fonte: http://www.linkiesta.it/commissione-europea-aumento-budget-finanziaria#ixzz1tKK1vEgp

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Ai cinesi piace il nostro vino ma non glielo vendiamo | Informare per Resistere

Ai cinesi piace il nostro vino ma non glielo vendiamo

Su 100 bottiglie di vino che vengono importate in Cina, 6 sono italiane e ben 55 provendono dalla Francia. In dieci anni, inoltre, l’Italia ha dimezzato le proprie quote di mercato nel Paese, che nel 2020 sarà il primo mercato al mondo. Come mai? I produttori transalpini hanno investito ingenti risorse per aiutare gli importatori a collocare i propri prodotti sul mercato, mentre gli italiani continuano a utilizzare modelli superati, e non riescono a “fare sistema”.

Qualche settimana fa a Verona si è tenuta la settimana del Vinitaly 2012. Nel corso dell’evento, ampio risalto è stato dato alle esportazioni record del vino italiano che, nel 2011, secondo i dati recentemente diffusi dall’Istat, hanno raggiunto un valore di 4,4 miliardi di euro e un volume di 24 milioni di ettolitri, portando l’Italia ad una quota di mercato del 22% a livello mondiale.

Risultati sicuramente notevoli, che l’Italia ha raggiunto prevalentemente nel mondo occidentale. Se si considerano i principali mercati di sbocco per i prodotti vinicoli italiani, si noterà che i primi tre posti sono occupati da Usa, Germania e Regno Unito; se ci si concentra sui trend relativi alle quote di mercato (fonte: Nomisma) si può osservare invece una crescita del vino italiano in quasi tutti i Paesi, a eccezione di Brasile e Cina.

quote di mercato mondiale del vino italiano (Fonte: Nomisma)

Proprio i Paesi in via di sviluppo, e in particolar modo la Cina, rappresentano una di quelle criticità che, insieme alla contrazione dei consumi interni, rischiano un domani di offuscare gli attuali brillanti risultati. Perché enfatizzare la nostra performance insoddisfacente visto che riguarda solo pochi Paesi?

In primo luogo perché Cina e Brasile rappresentano attualmente le locomotive dell’economia mondiale e ciò vale anche per il comparto vinicolo. Già oggi la Cina è il quinto mercato al mondo per quantità di vino consumata e secondo numerosi analisti diventerà il primo entro il 2020. In secondo luogo perché i principali clienti dei produttori vinicoli italiani sono quei Paesi occidentali che, risentendo maggiormente della crisi, rischiano di diminuire la loro domanda verso prodotti di questo tipo. Svilupparsi in mercati dove esistono comunità italiane molto numerose come negli Stati Uniti significa “vincere facile” mentre la vera sfida è laddove il consumo cresce ma dove l’Italia è poco presente in tutti i sensi.

Proprio per questo vale la pena di indagare le ragioni delle difficoltà del vino italiano ad affermarsi sui mercati in via di sviluppo.
In Cina attualmente il comparto dei vini importati è assolutamente dominato dai produttori francesi mentre l’Italia, negli ultimi dieci anni, ha visto ridursi la propria quota di mercato dal 14,2% del 2001 al 6,5% del 2011. Quindi, nonostante i risultati positivi ottenuti nel 2010 e nel 2011 e i proclami trionfali di molte istituzioni, in Cina il vino italiano si trova ancora in una posizione marginale.

Peso dei Bric nel consumo di vino mondiale

Su 100 bottiglie di vino che vengono importate in Cina da Paesi stranieri, 6 sono italiane mentre ben 55 battono bandiera francese. I transalpini si dimostrano più bravi di noi nel marketing, nella promozione dei prodotti e nella comunicazione, risultando così vincenti in un mercato come la Cina, un Paese dove il vino è un prodotto style-simble, in cui gran parte dei consumatori dimostra una scarsa conoscenza dei marchi e un modestissimo livello di educazione eno-gastronomica.

Come recentemente spiegato dal presidente del Conseille Des Vin du Medoc, Philippe Dambrine: «Una delle leve del nostro successo è nel rapporto tra produzione e distribuzione; sul fronte della promozione all’estero dei nostri vini i due anelli della filiera lavorano in un rapporto di stretta collaborazione». Nel modello francese è quindi fondamentale il rapporto produttore-distributore, dove per distributore però, non s’intende la grande distribuzione organizzata, che in Cina conta solo per il 15% del mercato, ma l’importatore. I produttori francesi hanno infatti investito, negli ultimi anni, ingenti risorse per aiutare gli importatori/distributori a collocare i propri prodotti sul mercato e sono appunto gli investimenti in marketing che hanno portato alla grande differenza in termini di quota di mercato tra vini francesi e vini italiani sul mercato cinese. I francesi, inoltre, hanno investito milioni di euro per alimentare una presenza diretta sul territorio che conta circa 1.500 persone, in gran parte venditori e con la presenza anche di giovani di origine francese, dedicati al settore.

L’Italia, invece, è ancora alle prese con modelli superati, come la ricerca di un agente/importatore nelle fiere, che spesso ha significato lasciare la vendita dei propri vini nelle mani di un importatore spesso francese o spagnolo che non ha dunque il minimo interesse a promuovere la vendita del prodotto italiano. È come se la Fiat affidasse le proprie vendite in Cina alla Renault. Ma come può l’Italia con il suo tessuto produttivo dominato da piccole imprese, spesso caratterizzate da disponibilità finanziare limitate, trovare le risorse per cambiare lo status quo?

Innanzitutto è necessario dedicare una particolare attenzione ai mercati in via di sviluppo e, nel caso della Cina, evitare di giudicare in modo eccessivamente superficiale Hong Kong come chiave per comprendere il consumatore cinese. Da alcuni punti di vista la scelta di Verona Fiere e di molti produttori italiani di concentrare l’attenzione su Hong Kong è facilmente comprensibile in quanto, per ragioni storico-sociali, questa città rappresenta sicuramente un mercato più maturo e di facile accesso rispetto alla Cina, ma proprio per questo motivo è caratterizzato anche da potenzialità di crescita notevolmente inferiori rispetto a quelle che possono offrire, con opportuni investimenti, città come Shanghai, Guangzhou, Chengdu o Chongqing.

Peraltro è quasi impossibile che Hong Kong, date le differenze culturali che la caratterizzano rispetto al resto della Cina, possa rappresentare un’esperienza utile per una futura espansione sul mercato cinese. È inoltre importante cercare di evitare errori come quello recentemente apparso nella newsletter di Vinitaly in the World di Marzo 2012 in cui si parla di “mercato del Sol Levante” riferendosi alla Cina, errori che tradiscono una certa superficialità ignoranza e che non sono certo graditi agli operatori cinesi.

La chiave di volta per il vino italiano deve essere dunque rappresentata innanzitutto da una presa di coscienza del fatto che, come recentemente sostenuto da Angelo Gaja, il successo sui mercati esteri dipenderà sempre più dalla capacità dei nostri imprenditori di fare sistema e sempre meno dai contributi comunitari. Solo se unite le imprese italiane potranno avere le risorse, le capacità e la massa critica necessaria per approcciare in modo efficace realtà complesse e geograficamente lontane come la Cina, costituendo un forte nesso tra produzione e distribuzione e iniziando quindi a colmare quel gap in termini di marketing che il vino francese vanta nei confronti del vino italiano.

Fonte: http://www.linkiesta.it/anche-nel-vino-l-italia-non-sfonda-cina#ixzz1tKKaJCJw

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La Camera distribuisce pasta come la Caritas... ma a gente che guadagna ventimila euro al mese!


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E ora, dopo l'accumularsi di tanti privilegi, sono cinque (enormi) borse della spesa a far tremare i signori della Casta. Potenza delle immagini e dei simboli: le immagini della tv e il simbolo del cibo come di un accaparramento che malgrado i tanti denari non si ferma davanti a nulla. Parlo delle cinque borse della spesa cariche di cibo e portate da due dipendenti della Camera in divisa (e in orario) da lavoro, immortalate dalle telecamere delle Jene con taqnto di scritte sulle buste "Camera dei deputati"... Incredibilmente, dopo il servizio televisivo, il segretario generale della Camera Ugo Zampetti ha imposto il silenzio assoluto a tutti, lasciando intendere così che fosse un abuso dei dipendenti. Ma i sindacati non ci stanno. E le voci di dentro assicurano che i destinatari di quelle borse della spesa sono da ricercare tra i quattro vicepresidenti della Camera (Rosy Bindi, Rocco Buttiglione, Antonio Leone e Maurizio Lupi) e i tre potentissimi deputati "questori" (Francesco Colucci, Antonio Mazocchi e Gabriele Albonetti). Soprattutto questi ultimi sono al centro dei sospetti,...

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sabato 28 aprile 2012

Ascolta RadioYogaNetwork

Oppure:
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Streaming server page:
comunque ci hanno detto che un migliore e continuativo ascolto lo si ottiene anche e soprattutto da http://76.73.127.154:8065/listen
provate e per cortesia fateci sapere, grazie!
sembra invece si blocchi spesso
attenzione NON esiste più http://76.73.127.154:8065/stream , sostituito ora da http://76.73.127.154:8065/listen

ho deciso. oggi mi suicido


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sul braccio ho uno "smile =)" inciso con il taglierino, ma non sorrido affatto, sono iormai anni che ho capitop che la vita non ha senso. per tanto tempo mi sono sforzata di cercare qualcosa per la quale valesse la pena vivere, ma ora, senza niente che mi piaccia, che mi appassioni, senza veri amici, o direttamente senza nessuno che mi calcoli, mi chiedo che senzo ha continuare a soffrire? ho deciso, oggi mi suicido. scusate lo sfogo, o so che non gli frega niente a nessuno, ma tanto... suicidarsi è da scemi, ma non è che mi importi granchè delle definizioni ora come ora, cosa c'è di così bello nella vita? me lo spiegate? io non ci trovo proprio niente, come si fa a vivere quando non sai cosa voglia dire "vivere"?? ora mi dite che non devo farlo e che sarei una scema, ma parlate tanto per parlare, se un giorno ci passerete pure voi non starete certo ad ascoltare quello che vi diranno gli altri... vivere non ha senso, punto. e allora perchè continuare a provarci? se l'unica cosa che trovo nella vita è la sofferenza tanto vale chiuderla qui.

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USA e Cina: guerra informatica in atto!


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Il Guardian è venuto a sapere che Stati Uniti e Cina in segreto sono stati impegnati in “giochi di guerra” mentre monta la rabbia di Washington per la portata e l’audacia degli attacchi informatici coordinati da Pechino contro governi e grandi imprese occidentali.
Funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono, insieme ai loro omologhi cinesi, lo scorso anno sono stati impegnati in due giochi di guerra ideati per favorire la prevenzione di un’improvvisa escalation militare tra le parti nel caso che una di esse dovesse sentirsi presa di mira. Un’altra sessione è prevista a maggio.
Anche se le esercitazioni hanno offerto agli Stati Uniti l’opportunità di dare sfogo alla propria frustrazione per quello che sembra essere uno spionaggio finanziato dallo stato e una sottrazione su scala industriale, la Cina si è dimostrata bellicosa.
“La Cina è giunta alla conclusione che è cambiato il rapporto di potere, in una maniera che la favorisce,” afferma Jim Lewis, importante insegnante nonché direttore del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS), gruppo di esperti con sede a Washington.
“Il PLA [Esercito Popolare di Liberazione] è assai ostile. Considera gli Stati Uniti un bersaglio. Sentono di avere una giustificazione per le loro azioni. Pensano che gli Stati Uniti siano in declino.”
I giochi di guerra sono stati organizzati mediante il CSIS e un gruppo di esperti di Pechino, l’Istituto Cinese di Relazioni Internazionali Contemporanee (CICIR). Ciò ha consentito a funzionari del governo e dei servizi segreti USA di entrare in contatto in un ambito meno formale.
Conosciuta come “Track 1.5 Diplomacy”(Percorso diplomatico 1.5, N.d.T.), è la serie di contatti più ravvicinata che gli stati possono avere nella gestione dei conflitti senza affrontare veri e propri negoziati.
“Coordiniamo i giochi di guerra con il Dipartimento di Stato e quello della Difesa,” ha detto Lewis, il quale ha mediato gli incontri, tenutisi lo scorso giugno a Pechino e in dicembre a Washington.
“I funzionari hanno esordito come osservatori, poi sono diventati partecipanti … in modo molto simile è stata la stessa cosa da parte cinese. Dal momento che è organizzato da due gruppi di esperti, essi possono parlare più liberamente.”
Nel corso della prima esercitazione, entrambe le parti dovettero spiegare cosa avrebbero fatto se fossero state attaccate da un sofisticato virus informatico comeStuxnet, che ha messo fuori servizio le centrifughe del programma nucleare iraniano. Nella seconda dovevano spiegare la loro reazione nel caso si sapesse che l’attacco era stato intrapreso dalla controparte.
“I due giochi di guerra sono stati piuttosto sorprendenti,” ha dichiarato Lewis. “Il primo è andato bene, il secondo non tanto.”
“I cinesi sono molto astuti. Mandano persone competenti. Vogliamo trovare modi per modificare il loro comportamento … [ma] sanno di avere buone ragioni per quello che fanno. Il loro atteggiamento consiste nell’avere vissuto l’imperialismo e un secolo di umiliazioni.”
Lewis ha detto che i cinesi hanno la “percezione di essere trattati ingiustamente.”
“I cinesi hanno una profonda diffidenza verso gli Stati Uniti. Sono preoccupati del potenziale militare americano. Sono inclini a pensare che abbiamo un’ambiziosa strategia per conservare l’egemonia degli Stati Uniti e la considerano una sfida diretta.
“Coloro [tra i funzionari cinesi] che sostengono la cooperazione non sono forti quanto quelli che appoggiano lo scontro.”
La necessità di incontri è stata evidenziata negli ultimi mesi, con gli USA e il Regno Unito che hanno tentato di aumentare la pressione sulla Cina, considerata da loro la principale responsabile della sottrazione, per miliardi di dollari, di progetti e opere dell’ingegno di produttori della difesa, dipartimenti statali e società private al centro del sistema di infrastrutture americano.
Gli analisti dicono che ciò equivale alla “preparazione del campo di battaglia” e sia gli Stati Uniti che il Regno Unito hanno avvertito Pechino di aspettarsi ritorsioni nel caso ciò continuasse.
Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno precisato di avere spostato l’attenzione militare dall’Europa al Pacifico, per proteggere gli interessi americani nell’area.
“Tra i paesi attivamente impegnati nello spionaggio informatico, probabilmente la Cina è l’unico ad essere un concorrente militare degli Stati Uniti,” ha dichiarato Lewis.
“Gli eserciti cinese e americano si trovano nelle immediate vicinanze e ci sono episodi ostili … Le probabilità di errori di valutazione sono molto alte, quindi stiamo tentando di avere una netta comprensione del punto di vista di ciascuna parte.”
Lewis crede che gli Stati Uniti si stiano preparando a diventare più aggressivi nei confronti della Cina e dice che il presidente Barack Obama ha già incaricato gruppi operativi all’interno della Casa Bianca per studiare sanzioni più severe.
Senza nominare la Cina, un alto dirigente dell’FBI ha detto al Guardian che le minacce portate dagli attacchi informatici sono state preoccupanti.
“Sappiamo che le risorse degli stati stranieri sono notevoli, e conosciamo il tipo di informazioni che stanno prendendo di mira,” ha detto Shawn Henry, vice direttore esecutivo della sezione informatica dell’FBI.
“Abbiamo trovato nemici passati inosservati nelle reti per molti mesi, o in alcuni casi per anni. In sostanza hanno avuto libero accesso a queste reti … Hanno la piena capacità di sconvolgere del tutto queste reti.”
Frank Cilluffo, già collaboratore straordinario di George Bush per la sicurezza nazionale, disse che era giunto il momento per affrontare la Cina.
“Dobbiamo parlare delle capacità d’attacco per scoraggiare i fuorilegge. Non possiamo pensare che le società si difendano dai servizi segreti stranieri. Ci sono determinate cose che dovremmo fare quando qualcuno sta facendo l’equivalente cibernetico della preparazione delle informazioni  sul campo di battaglia della nostra infrastruttura energetica.
“A mio parere è arrivato il momento. Occorre dare una risposta. Quale altro motivo potrebbe esserci per riordinare le nostre infrastrutture nel caso di una crisi?
“Abbiamo un ruolo maggiore nei convenzionali mezzi militari e diplomatici . Dobbiamo mostrare loro le nostre carte. Tutte le ragioni sono sul tavolo. Penso che dobbiamo proprio iniziare a parlare di difesa attiva.”
Egli disse che gli Stati Uniti dovevano essere preventivi, altrimenti col tempo la gente avrebbe iniziato a perdere la fiducia nell’integrità di internet e dei sistemi informatici.
“Se non investo perché ho paura, se non impiego la rete perché ho paura, se si perde credibilità e fiducia in questi sistemi, allora hanno vinto i cattivi. Scacco matto.”
Il Dipartimento di Stato ha rifiutato di parlare dei giochi di guerra e di dire quali funzionari vi hanno partecipato.
Un portavoce ha affermato: “Gli Stati Uniti sono impegnati a coinvolgere gli altri paesi per la costruzione di un ambiente globale in cui ogni stato riconosca e rispetti soddisfacenti regole di comportamento nel cyberspazio. In linea generale siamo impegnati con il governo cinese su questioni informatiche, in modo da trovare punti in comune su questi argomenti di sempre maggiore importanza nelle nostre relazioni bilaterali.”
Il Pentagono ha evitato di rilasciare dichiarazioni e di dire quali dei suoi funzionari hanno preso parte ai giochi di guerra.
La Cina ha sempre negato di essere responsabile degli attacchi informatici contro gli Stati Uniti e altri paesi occidentali. Dice di essere anch’essa vittima di questo genere di spionaggio.
Il ministro della Difesa cinese Liang Guanglie ha dichiarato che Pechino “si oppone fermamente ad ogni tipo di crimine informatico.”
“E’ difficile stabilire la vera origine degli attacchi e abbiamo la necessità di lavorare insieme per fare in modo che la presente questione di sicurezza non diventi un problema,” ha detto.
“In realtà anche in Cina abbiamo subito una gamma piuttosto vasta di frequenti attacchi informatici. Il governo cinese dà importanza anche alla sicurezza informatica e prende decisamente posizione contro ogni genere di crimine informatico. E’ importante per tutti osservare e seguire leggi e norme in materia di sicurezza informatica.”
Il Quotidiano del Popolo, testata cinese che più delle altre rispecchia le opinioni del Partito Comunista al potere in Cina, lo scorso anno ha detto che è irresponsabile associare la Cina alle violazioni informatiche su internet.
“Quest’anno, con il crescere degli attacchi di hacker a importanti imprese e organizzazioni internazionali, alcuni media occidentali hanno più volte raffigurato la Cina come il cattivo dietro le quinte.”
Fonte: Nick Hopkins per The Guardian 16.04.2012
Traduzione di Gabriele Picelli per www.times.altervista.org

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Il governo dei banchieri vuole mettere il bavaglio al Web


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di Gianni Lannes

Finale di partita o dipartita finale? Un fatto è certo: la censura totale. La libertà di pensiero non è gradita  a chi detiene il potere per conto terzi. Ora tocca ai blog: la democrazia va annichilita per sempre, tanto la popolazione italiana non reagirà mai, avranno pensato i maggiordomi dell’alta finanza e i soliti boiardi di Stato.  Al totalitarismo soft del terzo millennio imposto da un potere straniero in salsetta tricolore, non basta controllare le leve dell’economia, le forze armate, la stragrande maggioranza degli organi di informazione o ricattare i morenti partiti. Adesso che iniziano a manifestarsi i veri effetti delle manovre governative, ovvero fallimenti di massa e suicidi a catena, spunta fuori la proposta ministeriale di Paola Severino: una regolamentazione per i diari liberi che navigano su internet. Niente di nuovo: ci aveva già provato il piduista di Arcore, con tessera 1816 rilasciata dalla loggia P 2 di Eugenio Cefis (il mandante degli omicidi Mattei, De Mauro e Pasolini). Lo ha annunciato proprio il ministro della Giustizia, non eletta democraticamente, ma imposta con un golpe presidenziale - in barba alla Costituzione repubblicana e alla sovranità popolare - intervenendo al Festival del giornalismo di Perugia, evento già sponsorizzato dall’Enel con tanto di propaganda nuclearista. Nessun giornalista di fama ha reagito: l’atonia intellettuale è più che completa.

Un pretesto - «Il cittadino ha il diritto di interloquire con un altro cittadino - ha detto il guardasigilli abusivo - ma lo deve fare seguendo le regole: credo che questo sia un dovere di tutti, anche di chi scrive su un blog». «Il fatto di scrivere su un blog - ha aggiunto - non ti autorizza a scrivere qualunque cosa, soprattutto se stai trattando di diritti di altri. Ricordiamoci che i diritti di ciascuno di noi sono limitati dai diritti degli altri, io non posso intaccare il diritto di un'altra persona solo perché sono lasciato libero di esprimermi». Sui blog, in particolare, Severino ha sottolineato come «il problema non è vederli con sfavore ma reprimere gli abusi che vengono fatti, anche se su internet è più difficile. Non c’è un preconcetto - ha ribadito - ma questo mondo va regolamentato altrimenti si finisce nell’arbitrio». L’autentico problema italiano, almeno per il ministro è quello di reprimere i cosiddetti e presunti abusi. «Il giornale - ha detto la Severino - ha una sua consistenza cartacea. Il giornalista è individuabile e l’editore anche ed è dunque possibile intervenire. Il blog ha invece una diffusione assolutamente non controllata e non controllabile. E’ in grado di provocare dei danni estremamente più diffusi. Ecco perché bisogna vederne anche la parte oscura. E’ un fenomeno certamente positivo per certi aspetti ma nel quale si possono annidare anche cose negative (può essere un punto criminogeno). Questo mondo va regolamentato e pur nella spontaneità che ne rappresenta la caratteristica non può trasformarsi in arbitrio».

Senti chi sproloquia - «Il cittadino - ha spiegato il ministro - ha il diritto di interloquire con un altro cittadino ma lo deve fare anche lui seguendo le regole. Credo questo sia un dovere di tutti, anche di chi scrive sui blog. Il fatto di scrivere su un blog non ti autorizza a scrivere qualunque cosa soprattutto se stai trattando di diritti di altri. Ricordiamoci che i diritti di ciascuno di noi sono limitati da quelli degli altri. Non posso intaccarlo solo perché sono lasciato libero di scrivere. Mi devo sentire libero di scrivere e i blog hanno questa grandissima capacità di diffondere il pensiero in tempo reale, un grandissimo pregio che riconosco. Ma questo non deve far trasformare la libertà in arbitrio. Questa è una regola che tutti dovrebbero seguire». Del resto «è molto difficile» configurare un obbligo di rettifica per i blog.
Repentino l’intervento  del deputato Massimo Donadi: «Il web è un patrimonio di tutti, è e deve restare libero. Siamo contrari a qualsiasi forma di censura sui blog, che sono fondamentali per la circolazione delle notizie, del pensiero e della cultura». «Non c’è bisogno di leggi restrittive perché le norme attuali già sono sufficienti contro la diffamazione e la circolazione di notizie false. I blog sono un esempio di libertà, un fenomeno culturale e informativo da coltivare e sostenere, non certo da controllare o imbavagliare. I blogger sono una risorsa, i problemi dell’informazione sono ben altri».

Tallone giudiziario - Secondo l’avvocato Severino «è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la comunicazione e la diffusione della notizia». La selezione spetta quindi, secondo il ministro, al pubblico ministero o al giudice, a seconda dei momenti. «L’idea di base è lasciare al magistrato il compito di escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche in quelle fasi nelle quali il provvedimento stesso viene consegnato alle parti» ha spiegato. In pratica quella cui sta pensando il ministro è una regolamentazione imperniata su tre cardini. Primo fra tutti la libertà della magistratura i secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini e allo stesso momento «salvaguardare la sfera personale». Perché, sostiene il ministro non è utile, neppure ai giudici, che si divulghino elementi non riconducibili alle indagini. I tre punti sono: «il diritto-dovere del giornalista di informare su fatti che hanno una rilevanza sociale, quello del magistrato di portare avanti le proprie indagini con una tutela della riservatezza indispensabile in alcune fasi e infine il diritto del cittadino, anche sotto indagine, di vedere pubblicate notizie che attengano all’inchiesta ma non esclusivamente la sua vita privata e anche di non vedere sui mezzi d’informazione contenuti di intercettazioni non rilevanti per il procedimento». Insomma, in questa ottica, dopo la sentenza decalogo della Cassazione, saranno i magistrati a stabilire come e cosa scrivere o raccontare.

Addio articolo 21 - «I blog possono fare più danni dei giornali», ha detto Severino, accennando a una regolamentazione in sede di Unione europea per evitare che i provider si possano trasferire in Paesi dove le maglie della legge sono più larghe. «Il cittadino ha il diritto di interloquire con un altro. Ma deve seguire le regole»,  ha detto  la Severino. «Scrivere su un blog non autorizza a scrivere qualunque cosa, soprattutto se si sta trattando di diritti di altri. I blog hanno capacità di diffondere pensiero ma questo non deve trasformarsi in libertà di arbitrio», ha ripetuto Severino che appunto prevede presto una forma di regolamentazione. Anche se sarà «difficile pensare a un obbligo di rettifica nei blog». Sarebbe invece opportuno introdurre nel codice penale un nuovo reato: ossia l’ostacolo alla libera informazione. Una norma positiva per rafforzare la difesa di un diritto sancito dalla Costituzione e dalla carta fondamentali dei diritti europei.

Deriva pericolosa - Sereni e sorridenti e spensierati. Ridere senza pensare: è l’imperativo categorico. Ci vogliono come tifosi lobotomizzati, mentre ingiustizia, corruzione e mafie statali imperversano. Al popolo italiano vengono tenute nascoste verità inconfessabili, ad esempio la presenza sul suolo nazionale di centinaia di ordigni atomici targati USA, in violazione del Tratto internazionale di non proliferazione nucleare (TNP).  Al popolo italiano vengono tenute nascoste da più di mezzo secolo le cose essenziali per la libertà. Per dirla con il grande presidente Sandro Pertini: «Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile». A quando la concretezza di una nuova resistenza che salvaguardi le libertà e i diritti fondamentali? L’Italia, come abbastanza noto, è al 75° posto della classifica mondiale della libertà d’informazione. Vogliono farci retrocedere all’ultimo gradino planetario con tanto di decreto governativo? Il peggio, forse deve ancora arrivare: il Parlamento è stato già platealmente esautorato da ogni facoltà. Ci vogliono sudditi, non cittadini e così tentano di privarci anche della libertà d’opinione. Non dimentichiamo che in punta di diritto costituzionale, il governo Monti è privo di autorità legittima, in quanto non sottoposto al voto democratico, ovvero alla sovranità popolare. Allora: congediamo pacificamente Monti Mario e la sua banda di autoritari burocrati, prima che l’addomesticamento in atto dia i suoi frutti più deleteri.

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Usa, Nutella amara: risarcimento da 3 milioni. Class action per una pubblicità ingannevole


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Immediato ritiro dello spot. La ditta italiana accetta di cambiare la campagna marketing. Ma l'L.A.: «È buonissima: mamme, leggete meglio le etichette»

(corriere.it) MILANO - La battaglia nutrizionista della mamma americana ha un sapore amaro per Nutella. Ferrero USA Inc, filiale statunitense dell'omonima multinazionale piemontese e produttrice della crema al cioccolato e nocciole più famosa del mondo, è stata condannata da un tribunale americano a pagare un risarcimento di oltre 3 milioni di dollariper una pubblicità «ingannevole» trasmessa negli Usa e che descrive la Nutella come un prodotto «nutriente» e «salutare». Il giudice ha anche deciso che chiunque dimostri di aver acquistato un barattolo di Nutella negli Stati Uniti tra l'1 gennaio 2008 e il 3 febbraio 2012 può presentare denuncia fino al prossimo 5 luglio e avrà diritto a 4 dollari per ogni confezione comprata (i clienti di Nutella però potranno essere risarciti al massimo per l'acquisto di 5 barattoli).

Spot ingannevole Nutella, Ferrero pagherà 3 mln di dollari

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I segreti della casta di Montecitorio: Fornero ammette: "E' vero, stiamo riducendo le tutele"

Fornero ammette: "E' vero, stiamo riducendo le tutele"

Il ministro del Welfare Elsa Fornero scopre le carte, e sulla riforma del lavoro in via di approvazione fa delle ammissioni rivelatrici. Si era detto dell'involuzione dei diritti sul lavoro che il nuovo sistema avrebbe determinato, ma ora è la stessa Fornero a dirlo. "Forse è vero che stiamo togliendo qualcosa, stiamo togliendo una garanzia che attribuiva al giudice la possibilità di reintegrare il lavoratore licenziato".
"Noi non abbiamo smantellato l'art. 18 ma abbiamo cercato di fare un ragionamento sul fatto che c'è un'area che fa impresa, che può avere in certi momenti un motivo economico vero per licenziare le persone e indennizzarle economicamente senza che intervenga il giudice che le fa reintegrare".
Più chiaro di così. Il ministro conferma i peggiori sospetti, e ammette sostanzialmente quello che era stato denunciato più volte. Il vero obiettivo della Riforma Fornero è quello di garantire la facilità di licenziamento dei lavoratori. Altro che allargare la platea delle tutele e combattere la precarietà. 

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I partigiani vi prenderebbero a calci in culo | Informare per Resistere

I partigiani vi prenderebbero a calci in culo

Bersani chiede a Grillo di spiegare come mai lui non sarebbe candidabile, mentre Napolitano lo sarebbe anche domani mattina. Glielo spiego io.

Napolitano si può candidare perché, per esempio, a nessuno di loro, capi di partito, è mai fregato un accidenti di video come questi, dove un giornalista tedesco lo insegue per chiedergli conto della cresta sui voli da Roma a Bruxelles, che venivano rimborsati a 800 euro mentre lui viaggiava in low cost a 90 euro. La questione dei rimborsi è, evidentemente, qualcosa che lega il presidente della Repubblica a partiti come quello di Bersani.

Grillo non è candidabile, al contrario, perché ha messo tra i requisiti, senza che nessuno glielo avesse chiesto, la fedina penale pulita, e lui ha una condanna in terzo grado per un incidente occorsogli quando era alla guida del suo veicolo, scivolato su una lastra di ghiaccio, da cui si salvò solo lui e che fu considerato omicidio colposo.

Da una parte quindi abbiamo uno che non si autosclude né viene tantomento escluso da quei partiti, come il PD, che spendono centinaia di milioni di euro di fondi pubblici prima ancora di averli ricevuti (illecitamente, perché contro a un referendum che escludeva i rimborsi elettorali), prendendoli a prestito dalle banche e diventando quindi ricattabili in qualche modo dalle stesse (ed affrettandosi forse, in conseguenza di questa ricattabilità, a rimettere le commissioni bancarie in meno di 36 ore dopo la richiesta dell’ABI). Dall’altra parte abbiamo uno che si autoesclude da solo, senza che nessuno glielo abbia neppure chiesto (la regola l’ha messa lui).

Bersani dice che “i partigiani saprebbero cosa dire dell’Uomo Qualunque“, ma l’uomo più qualunque di tutti è proprio lui. Guardate in questo video quali ardite riflessioni apportava nel discorso sulla finanziaria, nel novembre 2009, rispondendo ai giornalisti: “Chi dice che non si può fare niente, chi dice che si può fare tutto… E’ un dibattito a somma zero. Alla fine non si fa niente! Bisogna fare qualcosa…“.

Bisogna fare qualcosa

I partigiani, caro Bersani, vi prenderebbero a calci nel culo tutti quanti. E se proprio ci tieni a stare nel solco delle grandi democrazie, informati: mezza Europa sta cambiando marcia.

Inviato da iPad

Lavoro, sei modi (originali) per arrotondare lo stipendio con internet - Economia - Panorama.it

Lavoro, sei modi (originali) per arrotondare lo stipendio con internet

Su Cash4books è possibile vendere i libri usati (Credits: Flickr/luiginter)

Su Cash4books è possibile vendere i libri usati (Credits: Flickr/luiginter)

di Valentina Caiazzo

Se state riassettando dopo una festa molto alcolica e vi trovate la casa invase da bottiglie, mettetele da parte. Se all’ultimo concerto avete trovato solo biglietti di ultima fila, mentre vi rammaricate iniziate a contare le persone presenti. Se poi proprio la musica è la vostra passione, dedicate un noioso venerdì pomeriggio
 a passare in rassegna brani inediti di artisti sconosciuti, magari navigando tra siti web in prova. 

Nell’epoca di internet e in tempi di crisi economica, per racimolare qualche euro facile talvolta non occorre altro che un po’ di fantasia e un computer connesso alla rete. 

Il sito americano The Penny Hoarder, letteralmente l’’acchiappacentesimo’, ha spulciato la rete alla ricerca di occasioni di piccoli guadagni. Dizionario di inglese alla mano, ecco le più curiose.

- Test di siti web.
I programmatori lo sanno bene. Una volta creato un sito internet bisogna poi collaudarlo. E qui entra in gioco il navigatore abituale, che può tirare su qualche quattrino lavorando per una delle aziende online che offrono ai grandi siti web test di “usabilità” come UserFeel.

Dopo la registrazione, al tester è richiesto di effettuare una prova campione, scaricando un programma e registrandola in un video. I test sono i più vari. Un portale di elettronica potrà ad esempio chiedervi di immedesimarvi nel ruolo di un acquirente di casse acustiche. La prova dura circa 10 minuti, e la revisione da parte dell’azienda qualche settimana. La tariffa è di 10 dollari per sito, e Userfeel giura che i tester più assidui arrivano a guadagnare anche 200 dollari al mese.

- A caccia di libri usati
Raccogliete i vecchi libri dello zio esploratore o della sorella amante di romanzi rosa. Poi fatevi un giro su Cash4books. Vi sarà richiesto di fornire le 10 cifre ISBN, la carta di identità di ogni libro (la trovate sul codice a barre in fondo alla quarta di copertina). Cliccate ok e il sito valuterà in un attimo il prezzo del volume che volete vendere.

La spedizione la pagano loro e in un paio di settimane a voi arriverà un assegno postale o un bonifico sul conto Paypal. I più intraprendenti potranno poi spingersi nei mercatini delle pulci e cercare volumi a pochi centesimi da rivendere.

- Svendita di ricette della nonna
Potrete far fruttare inventiva e tradizioni culinarie grazie a siti letteralmente affamati di nuove ricette. Andate su Xomba o Triond. Le ricette saranno valutate da editor interni e postate online con un contorno di pubblicità (che finanzierà anche la vostra ricompensa).

Per ogni visualizzazione, a voi andrà il 50-60% delle entrate pubblicitarie generate dal click. Ovviamente più gente legge la ricetta, maggiore il numero di click, più alto il guadagno. Che certo non è da capogiro. Blogger riferiscono di circa 40 dollari al mese. L’aspetto positivo è che fin quando la ricetta rimarrà online continuerete a guadagnare.

- Contate…le folle
Quanti sono i partecipanti a una manifestazione, a un’inaugurazione, a uno spettacolo? Basta saper contare e la paga è assicurata: 10 dollari l’ora. Measure Consumer Perspectives e Certified Field Marketing sono due delle società di marketing che assumono persone per contare le folle. Per ora, tuttavia, questo tipo di ingaggio avviene solo negli Stati Uniti.

- Vuoti a (buon) rendere
Non solo riciclaggio. Le aste online sono la nuova frontiera dei vuoti a rendere. Basta un’iscrizione gratuita a Ebay, e un po’ di spirito imprenditoriale. Le bottiglie di vino, secondo The Penny Horder sono più vendibili in lotti da 12, i tappi di sughero in partite da 20 a 500.

Il prezzo varia a seconda della fattura della bottiglia, da 20 centesimi a 5 dollari per le più prestigiose. Un consiglio: calcolate e specificate nell’offerta il prezzo della spedizione, che sarà a carico del compratore!

- Guadagnare con l’Ipod
Ascoltare brani di artisti sconosciuti e dire se piacciono o meno. Ecco un altro modo di racimolare qualche extra. Siti come HitPredictor o SlicethePie ricompensano l’audience con buoni per cd o per gift card su Amazon. A volte è necessario scrivere una recensione. Le remunerazioni vanno da pochi centesimi a 20 dollari.

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