mercoledì 7 agosto 2013

Prostitute durante il fascismo, i documenti ritrovati

Documenti, borse, gioielli, vestiti paillettati, cappelli, “ondulacapelli” e persino preservativi degli anni Venti e Trenta. Quando nel 2010 gli operai di una ditta edile trovarono questo tesoretto nell’intercapedine di una casa in demolizione di Casarsa (Pordenone), pensavano si trattasse solo di un cumulo di stracci. E invece quel fagotto di sacchi di iuta, residuo delle case di tolleranza della zona, nascondeva la storia delle prostitute italiane nel ventennio fascista. Tra ferree norme igienico-sanitarie, consigli di bellezza e regole di “ammissione” da rispettare.


A entrare in possesso dei materiali è stato Davide Scarpa, 44 anni, ex impiegato di un consorzio edile, oggi disoccupato. «Dopo la demolizione di una casa per costruire una strada, i muratori hanno trovato questo fagotto», racconta. «I documenti erano un po’ bruciacchiati, visto che in quel muro passavano i fumi di una stufa, e i sacchi di iuta erano ricoperti di sporcizia e umidità. Una persona che conoscevo mi ha contattato, sapendo della mia passione per le cose vecchie. Mi sono accordato con gli eredi della casa su una piccola cifra e ho comprato il materiale». Carte, registratori di cassa, farmaci, spazzole, risalenti al periodo tra il 1922 e il 1942, da recuperare e conservare con cura. Scarpa si è subito messo in contatto con un appassionato di storia della zona e ha restaurato tutto.


Del tesoretto, fanno parte i documenti con i nomi e i cognomi degli uomini che frequentavano le case di tolleranza, il diario di una prostituta, i vaccini e anche i cataloghi per ordinare vestiti e accessori da usare con i clienti. «Per spostare tutto ci vorrebbe un camion», commenta Scarpa, che ha letto e decifrato («perché la matita col tempo si è sbiadita») ogni singolo documento. E attraverso la pagina Facebook “Museo delle case di tolleranza nel Ventennio fascista” ha divulgato le fotografie di gran parte degli oggetti in suo possesso. Certo, dice, «ho evitato di pubblicare le cose più scabrose e i documenti con i nomi». E il suo museo virtuale ha ricevuto «mi piace da ogni parte del mondo, anche da New York». Museo virtuale, appunto, perché a fare una mostra Scarpa ci ha provato più di una volta, racconta. «Ma ogni volta, 15 giorni prima dell’inaugurazione, mi chiamano dicendo che il vescovo o il monsignore di turno è intervenuto e ha fatto saltare tutto. Perché i bambini potrebbero scandalizzarsi».


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Museo su Facebook https://www.facebook.com/MUSEO.CASE.DI.TOLLERANZA









via Cult of Soup http://provetecnichevarie.wordpress.com/2013/08/07/prostitute-durante-il-fascismo-i-documenti-ritrovati/