mercoledì 19 novembre 2014

Nucleare in Slovenia: quella centrale in una zona sismica a due passi dall'Italia

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No al nucleare in Italia. Ma il rischio – e le radiazioni – non hanno di certo rispetto dei confini nazionali. Sotto gli occhi dei riflettori è finita la centrale nucleare di Krsko, in Slovenia. Non nel nostro paese, ma a circa 130 km in linea d'aria da Trieste. Ma non solo. Ad aggravare la situazione è il fatto che l'impianto si trova in una zona sismica.


Guai finiti? Non ancora. Secondo il piano originario, la centrale sarebbe stata operativa fino al 2023, ma adesso la sua attività è stata prorogata fino al 2043 e si pensa a un secondo impianto da 1000 MW. “Il Governo deve essere coinvolto nella conoscenza e gestione di questo rischio, anche a fronte della proroga dell'attività fino al 2043 di Krsko” ha lamentato la parlamentare Sel Serena Pellegrino, che ha inviato il governo italiano a prendere posizione nei confronti della Repubblica di Sloveniain ordine al rischio rappresentato dall’impianto nucleare sloveno di Krsko, a 125 chilometri dal confine italiano, costruito nel 1982 su un sito attraversato da una faglia attiva ed eretto proprio sulla traiettoria dei venti dominanti che soffiano verso il nostro Paese” spiega.


Pellegrino ha depositato un'interrogazione parlamentare indirizzata al presidente del Consiglio dei ministri ed ai Ministri degli esteri, dello sviluppo economico e dell'ambiente.


Purtroppo non si tratta di un problema recente. Spiega la parlamentare che prima delle nuove analisi del rischio terremoto nel sito nucleare sloveno, effettuate da ricercatori e studiosi italiani, anche l'Istituto francese di radioprotezione e sicurezza nucleare aveva giudicato il sito di Krško inadatto alla costruzione del cosiddetto Ksko 2, il progetto riguardante il nuovo impianto con una potenza tripla rispetto a quello esistente. Intanto, la vita della prima centrale è già stata prorogata di 20 anni.


In comproprietà tra Slovenia e Croazia, che gestiscono in comune la centrale dal 1º gennaio 2002, dopo una serie di eventi altalenanti, l'impianto da 632 megawatt è entrato in funzione dal 1981 sulle rive del fiume Sava, dove scarica i residui liquidi radioattivi.


E a parlare sono i fatti. Nel 2008, una fuga di acqua di raffreddamento del reattore fece scattare un primo allarme, ma l'anno prima, per motivi non del tutto noti, la centrale venne isolata e chiusa per un mese per interventi urgenti. Andando indietro nel tempo, nel 2005 il reattore venne fermato per problemi al sistema di contenimento di una ventola per il trattamento dei vapori.


Sul Quotidiano del FVG si legge inoltre che a settembre i sismologi Livio Sirovich e Franco Pettenati dell'Ogs, Giovanni Costa e Peter Suhadolc dell’Università di Trieste, hanno reso nota un'analisi sul rischio sismico della zona, pubblicata sul mensile Konrad: “Questa nuova e grave scoperta [di una faglia attiva vicina all’impianto, ndr] non permette di concludere in modo favorevole sull’adeguatezza dei due siti per la costruzione di una nuova centrale nucleare. Andrebbe ricordato che la valutazione dei fenomeni di spostamento permanente del terreno di fondazione è un tema altamente impegnativo, data l'insufficiente esperienza internazionale attualmente disponibile nonché la mancanza di metodi e strumenti consolidati”.


Una zona sismica, perché lo dicono i dati: dalla fine degli anni ’90, spiegano i ricercatori, la regione di Krško è soggetta a una continua attività sismica di modesta entità (magnitudo non superiore a circa 4,5) ma nel 1885, circa 60 km a est di Krsko vi fu un terremoto di magnitudo stimata in 6,5. Quasi 100 anni fa, nel 1917, la zona fu epicentro di una scossa di magnitudo Richter stimata tra 5,7 e 6,2 (messi a confronto con quello del Friuli del 1976 siamo su i 6,4 mentre quello dell'Emilia fu di magnitudo 5,9).


Il Governo dimostri attenzione e senso di responsabilità promuovendo un approfondimento degli studi, anche in coordinamento per lo meno con il Governo sloveno e l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA) di Vienna, si colleghi con le istituzioni scientifiche francesi che avevano per prime sollevato il problema della condizione di rischio per sicurezza internazionale, pretenda l'istituzione di una sede di coordinamento tecnico permanente almeno tra Italia, Slovenia e IAEA oltre all'inserimento di esperti italiani nelle commissioni di studio coinvolte nelle valutazioni su Krško 1 e su Krško 2” esorta Pellegrino.


Francesca Mancuso


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